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Aspetti economici

CERTOSA di MONTEBENEDETTO
La Certosa di Montebenedetto
Aspetti economici


Tra il 1189 e il 1191, accanto alle fondazioni monastiche di Novalesa, S. Michele della Chiusa e S. Giusto, fa la sua comparsa in Valle di Susa l'ordine monastico dei certosini, con sede dapprima a Losa e successivamente (XII secolo) a Montebenedetto, presso Villarfocchiardo.
Autore delle prime elargizioni a favore dei certosini fu il conte Tommaso di Savoia, che certamente ebbe una parte importante nella fondazione dell'ente. Egli continuò, nei primissimi anni della sua esistenza, a beneficiare con grande munificenza la comunità certosina. Tutte le sue donazioni riguardavano terreni siti nelle vicinanze di Susa. Dopo la sua morte, avvenuta nel 1233, il figlio e successore, Amedeo IV, assunse a sua volta il compito di proteggere l'ente. Questo atteggiamento è tipico e costante della dinastia sabauda, la quale rilascia ai certosini conferme di tutti i privilegi concessi precedentemente, intervenendo più volte a favore del monastero in occasione di liti con altri proprietari terrieri della Valle di Susa. Questo legame non è solo indice di vocazione religiosa, ma anche di uniformità di intenti politici, in quanto la Certosa, fin dalla sua fondazione, serviva ad accrescere il prestigio e l'influenza sabauda in Valle di Susa, e cioè in una zona di primario interesse politico.
Il valore politico che la posizione geografica conferisce al cenobio certosino, insieme con il generale rispetto per la severa regola di vita dei monaci, spiega perché le maggiori autorità s'interessino attivamente alla sua esistenza. Lo stesso imperatore Enrico VI, passando per la regione subalpina , fa ai certosini varie concessioni economiche, confermate successivamente da Federico II nel 1212, il quale rinnova la promessa di proteggere il monastero. Oltre agli interventi degli imperatori, vi sono numerosi interventi papali, che dimostrano l'interesse della Santa Sede nei confronti della Certosa.
Numerosi sono anche gli interventi dei vescovi di Torino e di alcune delle maggiori famiglie aristocratiche subalpine e transalpine.
Il primo intervento vescovile (dietro la spinta dello stesso Enrico VI) a favore della Certosa, è del vescovo Arduino Valperga che , nel 1196, esenta Montebenedetto dal pagamento del pedaggio nella zona di Rivoli. Successivamente Giacomo di Carisio e Uguccione Cagnola, vescovi di Torino, promettono di proteggere i possedimenti della Certosa.
Considerando che questi vescovi sono acerrimi nemici dei Sabaudi, si può supporre che dietro queste protezioni ci sia il tentativo polemico di estendere la superiorità della chiesa torinese sul mondo ecclesiastico valsusino, a scapito dell'autorità sabauda.
Accanto a tali poteri, vi sono numerose concessioni delle famiglie aristocratiche. In primo luogo i marchesi di Monferrato i quali, legati ai Sabaudi, beneficiarono il cenobio certosino con la concessione della libera circolazione sulle loro terre. Inoltre nel 1202 il marchese Bonifacio I, dietro una generosa oblazione, si assicurò il soccorso spirituale in vista della quarta crociata. Per motivi diversi, anche i signori di Piossasco fanno delle concessioni ai certosini. Infatti, anche essendo in aperto contrasto con i Sabaudi, cercano di crearsi delle nuove amicizie nelle terre degli stessi Sabaudi, concedendo, nel 1226, una carta di salvaguardia successivamente confermata nel 1259.
Interessi analoghi spingono alcuni signori confinanti con le terre sabaude ad indirizzare carte di protezione nei confronti della Certosa (i delfini di Vienne e i conti di Albon).
Dunque, come si può notare, convergono sulla Certosa e sulla Valle di Susa, quale una tra le più importanti vie di comunicazione con la Francia, gli interessi dei più diversi enti politici, dalle due massime autorità e dall'aristocrazia minore.
Le relazioni con il mondo ecclesiastico valsusino sono solo di natura economica e in primo luogo con S. Giusto. Questo monastero, ben voluto anch'esso dai Savoia, mostra d'interessarsi a Montebenedetto fin dall'inizio e cerca di installare rapporti di fratellanza e assistenza reciproca. Infatti, dato il loro benessere economico, gli abati di S. Giusto stipulano vari contratti in favore di Montebenedetto, il quale, durante il declino economico del monastero di Susa, interviene con un cospicuo aiuto. Nel 1230 S. Giusto, costretto dai debiti, cede in albergamento (una sorta di enfiteusi) alla Certosa l'estesa tenuta di Panzone presso Almese, dando così involontariamente avvio all'espansione territoriale di Montebenedetto.
Nonostante l'aiuto successivo dato da quest'ultimo a S. Giusto, i rapporti tra i due enti cominciarono ad incrinarsi, anche perché S. Giusto considerava con timore crescente lo sviluppo territoriale della Certosa, che minacciava la sua egemonia nella bassa Valle di Susa. I contrasti fino ad allora limitati ad una causa nel 1270, scoppiarono violenti nel 1320 con la richiesta di S. Giusto riguardante la restituzione della tenuta di Panzone, in quanto posseduta indebitamente da Montebenedetto. Ma una sentenza stabilirà l'infondatezza delle accuse di S. Giusto e la tenuta resterà ai certosini. Ulteriori liti scoppiate nel 1323, per concludersi nel 1328, dimostrano l'insofferenza di S. Giusto verso lo sviluppo di Montebenedetto che va di pari passo con il declino economico dell'abbazia segusina.
Stessa evoluzione in senso negativo si ha nei rapporti della Certosa con le dipendenze di S. Giusto (la prepositura di S. Desiderio a S. Antonino e quella di S. Mauro ad Almese). Anche in questi casi, forse per l'intervento di S. Giusto, scoppiarono numerose liti, come dimostrano i documenti sulle cause intercorse tra il 1290 ed il 1320.
L'inserimento della certosa nel contesto economico, in gran parte controllato dalle altre comunità monastiche, appare lento, ma nel XIII secolo raggiunge una posizione di preminenza, e questo grazie anche ai legami con le maggiori famiglie valsusine. In primo luogo i Reano, signori di Villarfocchiardo, insieme ai Baratonia, che mostrano una notevole munificenza, soprattutto nel primo quarto del XIII secolo.
I Baratonia stipulano numerose concessioni, anche se nel 1219 intentano una causa a Montebenedetto per riottenere le terre precedentemente concesse. In seguito verranno ammoniti dallo stesso conte Filippo di Savoia affinché non rechino danno ai possedimenti di Montebenedetto. Anche con i Bertrandi, signori di S. Giorio, i rapporti furono intensi, ma culminarono anch'essi in liti, sebbene molto più pacate. Infatti due membri di questa famiglia facevano parte del convento certosino, uno come semplice monaco e l'altro, Francesco Bertrandi, come priore, dal 1323.
Molto più vasto è il rapporto di Montebenedetto con i piccoli proprietari, i quali "pro remedio anime" fanno donazioni alla Certosa o hanno rapporti economici con essa. In tutti era presente un vivo interesse per la Certosa, non solo per l'ammirazione del suo modello di vita, ma anche come centro economico in grado di sviluppare le potenzialità dell'agricoltura locale. Un esempio del prestigio di Monte Benedetto è dato da Guglielmo Forguilli che alla sua morte, nel 1323, lascia gran parte del suo patrimonio terriero alla Certosa e dispone che in una sua casa vicino a Susa sia fondato un monastero di monache certosine.
Il patrimonio fondiario della Certosa, nel primo secolo e mezzo di vita, è dislocato quasi interamente ad est di Susa e a destra della Dora Riparia, da Susa ad Avigliana, ad eccezione della tenuta di Panzone presso Almese, a sinistra della Dora. La formazione di questo patrimonio avvenne lentamente e fu guidata da criteri di grande equilibrio: dapprima i certosini si sforzano di unificare i loro possedimenti nella zona di Montebenedetto (cioè tra Villarfocchiardo e S. Giorio), poi si spostano verso est (S. Antonino) e infine ottengono Panzone, alla cui organizzazione dedicano buona parte della seconda metà del XIII secolo.
In un primo tempo, quando i possedimenti non erano molto estesi, il sistema organizzativo ed amministrativo faceva capo esclusivamente a Montebenedetto ed era retto dal monaco detto "procurator", il quale si occupava degli affari temporali del monastero e della sua vita economica. Dal procuratore dipendevano i conversi, che svolgevano i lavori manuali e coltivavano la terra, coadiuvati dai contadini. Dato questo sistema organizzativo, Montebenedetto adottò per primo tra gli enti monastici della Valle di Susa il metodo dello sfruttamento diretto del proprio patrimonio fondiario. Anche se non esistono documenti a tal proposito, questo è deducibile dal fatto che mancano, tra i documenti, concessioni territoriali.
Col tempo, aumentando le donazioni fondiarie, nasce il problema della gestione territoriale della coltivazione: esso viene risolto con la costituzione delle grange, cioè abitazioni site nelle zone agricole più importanti e più ricche, a cui è posto come guida un converso detto "grangerius". Le grange, oltre a servire come dimore, vengono adibite a deposito delle derrate agricole e degli strumenti necessari al lavoro nei campi, costituendo così delle piccole aziende agricole autonome. Le grange dipendenti da Montebenedetto di cui si hanno notizie sono tre: una è sita in Banda, l'altra in Comboira e l'ultima nella zona di Panzone. Le prime due cominciarono a funzionare nel 1206, mentre la terza nel 1234.

Dunque, nel XIII secolo, l'amministrazione del patrimonio certosino si fraziona. Il metodo della conduzione diretta basato sul sistema delle grange, così proficuo inizialmente, rivelò successivamente delle difficoltà di funzionamento, quando il patrimonio fondiario si arricchì ulteriormente. Forse il numero dei conversi non aumenta proporzionalmente alla manodopera necessaria, forse ci si adegua al sistema economico di sfruttamento degli altri enti monastici, certo è che dopo la seconda metà del XIII secolo si hanno i primi accensamenti di terreno ai privati. Si tratta per lo più di albergamenti perpetui o di locazioni a tempo determinato, dietro pagamento in denaro o in natura. Questi accensamenti, sempre più frequenti, raggiungono il massimo nei primi anni del XIV secolo. L'abbandono parziale della conduzione diretta non significa però, per Montebenedetto, una flessione economica come per gli altri enti religiosi, anche perché l'accurata amministrazione adottata in precedenza non viene mai meno e le disponibilità finanziarie della Certosa si mantengono sempre buone, come si può dedurre dal fatto che rarissime sono le notizie di indebitamenti.
Gli stessi motivi di indifferenza con S. Giusto, dovuti alla perdita di espansione in bassa Valle di Susa, sono causa delle liti con i comuni di Villarfocchiardo, S. Giorio e Borgone. A cominciare dal 1281 sono più di venti i documenti attestanti le cause sorte tra la Certosa e gli abitanti di questi comuni, accusati in genere di essere entrati arbitrariamente nelle terre di Montebenedetto, di essersi appropriati di beni dell'ente o addirittura di aver insultato e malmenato alcuni monaci. Per frenare l'irrequietezza degli abitanti di questi luoghi non bastarono le condanne dei giudici e le diffide espresse dai conti di Savoia.
Non si trattava, comunque, di liti tali da portare scossoni alla vita economica di Montebenedetto, che riuscì a mantenere intatto il proprio patrimonio fondiario. Esse non riescono nemmeno ad incrinare il prestigio spirituale esercitato dai certosini sugli uomini della bassa Valle di Susa, come è ben dimostrato dalla serie ininterrotta di donazioni "pro remedio anime" concesse dai privati ai monaci.
In conclusione, possiamo distinguere due fasi dell'istituto religioso certosino: un primo periodo durato circa settant'anni, in cui si assiste all'inserimento dell'ente nel mondo politico ed economico valsusino grazie alla protezione e alla benevolenza delle maggiori autorità del tempo e all'impegno dei certosini, monaci e conversi, nell'amministrare e lavorare le proprie terre; una seconda fase esclusivamente dedicata all'organizzazione dei beni, che porta ad inserire nel sistema amministrativo dell'ente anche i liberi concessionari, in un primo tempo esclusi. Se, nel corso dei primi settanta anni di vita, la certosa riesce a mantenere rapporti amichevoli con gli altri enti religiosi e con i privati, il periodo successivo dimostra che i contatti con il mondo circostante sono divenuti così intensi e molteplici da non rendere sempre agevole la conciliazione degli ormai imponenti interessi della Certosa con quelli degli altri gruppi sociali.
Forte di un grande prestigio spirituale e di una non minore potenza economica, la Certosa valsusina vive la sua epoca più florida, giungendo ad esercitare una vera e propria egemonia sulla bassa Valle di Susa, destinata a durare fino al trasferimento del convento certosino a Banda, negli ultimi anni del XV secolo.

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